martedì 15 gennaio 2008

Neive: profumo di vino

Neive-Piemonte-Provincia di Cuneo

Il nome
Il paese deve il proprio nome a una nobile famiglia romana, la gens Naevia, della quale fu possedimento.
La storia
Nel 100 a.C. Neive fu importante insediamento romano attraversato dalla via Aemilia Scauri costruita nello stesso anno dal console Emilio di Scauro.
In seguito alla romanizzazione delle nostre terre, avvenuta tra il primo secolo a.C. ed il terzo secolo d.C., Neive, come le altre province romane, fu soggetta alle invasioni barbariche.
Attorno all’anno mille, venne costruito sul colle più alto un castello fortificato per difendersi dai Saraceni; nei documenti si parla di “Oppidum Nevearum”. Sulla sponda sinistra del torrente Tinella, in località Santa Maria del Piano si insediò, sui resti di un tempio dedicato a Diana, un primo nucleo di monaci benedettini provenienti dall’Abbazia di S. Benigno Canadese. Si iniziò con una “cella” e poi con una “grancia” o azienda agricola, quindi un monastero che ospitò fino a 100 monaci; di questo monastero si conserva ancora la splendida torre romanica e l’adiacente sacrestia. Attorno al 1190 Neive faceva parte di un “Comune Consortile” con Barbaresco, Trezzo, S.Sisto, Neviglie e S.Maria del Piano. Dal 1200 in poi il Comune di Neive fu conteso dalle città di Alba e Asti. Successivamente Neive e Asti passarono sotto i Visconti (1387-1512), poi al Re di Francia, all’Imperatore Carlo V e infine a casa Savoia. Il più antico verbale datato 16 maggio 1564 è conservato nell’Archivio Comunale. Con la Rivoluzione Francese Neive viene annessa all’Impero napoleonico e con verbale in data 8 Luglio 1800 il Consiglio viene chiamato Municipalità e il Sindaco e il palazzo Comunale vengono, alla francese, vengono chiamati “Maire” e “Marie”. Tale giurisdizione finirà il 30 giugno 1814 e Neive ritornerà ai Savoia.
Il 15 Maggio 1865 viene inaugurata la stazione ferroviaria di Neive, con il passaggio del primo treno per Alba. Inizia così lo sviluppo urbano di Neive Borgonuovo.
Nel 1879 l’Amministrazione Comunale acquista il fabbricato della “filatura”, per trasformarlo in Uffici Comunali e Scuole Elementari, la stessa destinazione attuale.
Da vedere
Le case dai tetti rossi di un piccolo borgo antico
Il castello non esiste più, ma è rimasto l’impianto medievale della cittadina con le case dai tetti rossi addossate le une alle altre. Dall’alto del centro storico si gode di una splendida vista sulle vigne circostanti. Poiché questa è terra di grandi vini, non mancherà una visita alle aziende vinicole, spesso ospitate in dimore signorili come quella settecentesca dei Conti di Castelborgo, la cui cantina sprigiona balsami tra decorazioni e arredi d’epoca. L’ingresso al sontuoso giardino, racchiuso entro le mura meridionali del paese, di questo petit château è opera monumentale dell’architetto neivese Giovanni Antonio Borgese (1751) di cui restano tre archi di doppie colonne e un pregevole cancello in ferro battuto sormontato dallo stemma dei Castelborgo. Dello stesso architetto è l’Arciconfraternita di San Michele, realizzata tra 1759 e 1789 in stile barocco sabaudo, a navata unica con alta cupola centrale. Sul portale della chiesa sono curiosamente scolpiti i simboli rivoluzionari dei diritti dell’uomo.
La dimora più antica del borgo è Casa Cotto, risalente agli inizi del XIII secolo. Era una casa-forte appartenente a una ricca famiglia di banchieri. Aveva anche una torretta, ora tagliata. Presenta pregevoli soffitti e caminetti d’epoca; durante i restauri sono stati rinvenuti nell’archivolto della porta d’ingresso mattoni di epoca romana. Dello stesso periodo è la vicina Torre dell’Orologio (1224) costruita sotto il dominio del comune di Asti.
Nel muro si trova una lapide funeraria romana dedicata a Valeria Terza dal marito Caio Aelio.
Ancora più tarda è la Torre del monastero (secolo X) in stile romanico, a pianta quadrata, con due ordini di monofore su ciascun lato e i cinque piani delineati da decorazioni ad archetto. E’ tutto ciò che resta dell’antico monastero benedettino detto di Santa Maria del Piano che si incontra sulla strada per Mango. Un tempo lo stesso dipendeva dall’Abbazia di Fruttuaria di San Benigno Canadese.
Spiccano tra gli edifici sacri di Neive le due cappelle cinquecentesche dedicate a San Rocco e a San Sebastiano. La Cappella di San Rocco, in particolare, si presenta a pianta quadrangolare, con portico e campanile. È situata appena fuori le mura meridionali, davanti all’arco che costituiva una delle due porte d’accesso al paese e che congiunge oggi la Casa Demaria (secolo XVI) con il Castello dei Castelborgo. La Cappella fu ristrutturata nel 1783 dal Borgese ma conserva la parte centrale originale.
Un piccolo gioiello d’arte salvato dal degrado dagli attuali proprietari è Casa Bongioanni dello stesso architetto Borgese (1750), ricca di affreschi, decorazioni e stucchi d’epoca.
Piaceri e sapori
Il prodotto del borgo
Il Barbaresco che vi riempie il calice col suo color rosso granato che sfuma in arancione, non è l’unico frutto di questa terra. Neive non vive di solo vino – il che sarebbe già tanto, vista la qualità e l’abbondanza - ma produce anche un celebre salame, di gusto dolce e profumato al Barbaresco, ricavato dagli allevamenti di suini sparsi sul territorio, nonché una nocciola Piemonte IGP dal sapore e aroma finissimi, altra splendida coltura di Langa. In questo ristretto ambito collinare, a cavallo tra Langhe e Monferrato, cresce inoltre il pregiato tartufo d’Alba.
Il piatto del borgo
Ogni esperienza gastronomica rasenta, a Neive, l’assoluto, potendo scegliere, nel menu ideale, tra bagna caôda, tajarin al tartufo, carne cruda all’albese, coniglio al civèt, torta di nocciole, zabaione al moscato.
Per grandi tavolate è adatto il fritto misto alla piemontese – un secondo molto abbondante che funziona da piatto unico - mentre per sobillare le papille gustative va bene la fonduta con sfoglie di tartufo bianco.

giovedì 10 gennaio 2008

Mombaldone: il borgo dei dettagli

Mombaldone-Piemonte-Provincia di Asti
Il nome
Mombaldone era, in antico, Mons Baldus, dal germanico "Bald" ovvero "monte", la collina su cui stavano gli otto mansi del monastero di S. Quintino di Spigno.
La Storia
Fra il VI-VII secolo, Mombaldone era sotto il dominio dei Longobardi. Il 4 maggio 991 Mombaldone emerse per la prima volta dall'anonimato con una citazione su un documento pubblico, l'atto di fondazione dell'Abbazia di S. Quintino a Spigno Monferrato: Anselmo, figlio del defunto Aleramo I (nel 967 proprietario della Marca di Savona-Monferrato), dota il monastero da lui fondato di terre, tra cui gli otto mansi di Mons Baldonis. Il 6 luglio 1209, nel mercato del Duomo di Asti, Ottone Del Carretto fu investito del feudo di Mombaldone, che resterà in possesso dei Del Carretto di Savona per tutto il medioevo. Fra 1280-1340 circa si registra una vivace crescita di Mombaldone grazie in particolare a Enrico IV Del Carretto, marchese di Finale: si costruirono infatti nuove case, il pozzo, ulteriori difese intorno al Castello e cunicoli coperti. Nel 1382, Amedeo VI di Savoia fece svettare le insegne della casata sul feudo di Mombaldone. L'autorità dei Savoia sul feudo fu confermata nel 1531 dall'imperatore Carlo V, che concesse molti privilegi ai marchesi Del Carretto di Savona, tra cui il titolo di Vicari Imperiali del sacro Romano Impero, la possibilità di conferire lauree e di battere moneta. L'8 settembre 1637, un tentativo di occupazione spagnola del Castello fu sventato dalle truppe franco-savoiarde comandate da Vittorio Amedeo di Savoia, che affrontarono il nemico nella piana del fiume Bormida, di fronte a Mombaldone. Negli scontri rimase però distrutto il Castello. Fra il 1706-1708, al termine della lunga guerra di successione del Monferrato e alla vigilia della formazione del Regno di Sardegna (1720), il feudo di Mombaldone fu confermato ai Savoia nel contesto del Monferrato Savoiardo. Sedate le liti, iniziò per il borgo un lungo periodo di tranquillità. Alla fine del Settecento comparvero i primi tentativi di bachicoltura, attività caldeggiata dai Del Carretto che porterà benessere alla popolazione fino a tutto l'Ottocento.
Da vedere
Un raro Medioevo di Langa
Mombaldone è l'unico borgo della Langa Astigiana ancora cinto delle mura originarie.
Passeggiare per la sua unica via centrale, da cui si dipartono vicoletti e passaggi, archivolti e cortili, significa compiere un percorso della memoria, un viaggio a ritroso nel tempo. Il colore dominante è il grigio delle case e l'ocra dei muretti a secco, ravvivato di tanto in tanto dal rosso dei vecchi coppi piemontesi lasciati affiorare in abili restauri. L'antico borgo castellano, di carattere medievale, ancora ben conservato, è sorto in epoca romana in prossimità del percorso della via Aemilia Scauri, tratto della più famosa via Julia Augusta che dalla ligure Sabazia (Savona) immetteva ai varchi per la Padania. L'abitato si snoda in due settori separati dal castello, oggi in rovina. Le unità edilizie, caratterizzate da strutture medievali, offrono particolari costruttivi in pietra arenaria, dai davanzali alle finestre, dai portali (alcuni con stemma carrettesco) ai voltoni. Molte sono le facciate in pietra a vista o in mattoni. L'impianto urbanistico è semplice: a schema lineare servito da un'unica strada maestra, lastricata a porfido e luserna. L'abitato è rafforzato verso la valle da forti muraglie difensive. Si può ammirare la Porta d'ingresso al ricetto, ad arco acuto, intatta nella sua forma di origine medievale. Essa costituisce l'accesso al borgo antico, il cui agglomerato a stesura lineare con asse sulla strada maestra è ricco di residenze di impianto rinascimentale, rimaneggiate, abbellite o ripristinate tra la metà del Seicento e i giorni nostri. Sulla piazza Umberto I, epicentro del borgo, convergono le maggiori emergenze monumentali:
- l' Oratorio dei SS. Fabiano e Sebastiano, edificato sul fossato del castello nel 1764, su disegno di Pietro Barozzi, e restaurato nel 1995-1997: l'ampia e sobria aula, con decorazioni del 1883, ospita attualmente convegni, mostre, riunioni, manifestazioni culturali e musicali;
- la Chiesa parrocchiale di S. Nicola, costruita a pianta esagonale nel 1790, sempre sul fossato del castello, opera di Giovanni Matteo Zucchi: l'interno custodisce tele secentesche e un gigantesco organo realizzato dai torinesi Fratelli Collino nel 1885.
Oltrepassata la piazza, la strada s'inerpica verso la sommità più elevata del borgo, dove il paese si disperde nella campagna. Si fiancheggia ciò che resta del Castello (XIII-XIV sec.), parzialmente demolito nel 1637. Al centro del Castello si erge una torre quadrata, ora poco più che un rudere, diroccata non solo dal tempo e dall'incuria ma anche per volontà nobiliare. Fu, infatti, il marchese Aleramo del Carretto, alla cui famiglia fin dal 1209 fu concessa l'investitura del feudo di Mombaldone, a donare nel secolo scorso parte delle pietre della torre per consentire l'ultimazione del tratto di ferrovia che collega Mombaldone a Spigno. I discendenti dei Del Carretto sono ancora oggi insediati nel Castello: non dominano più sugli abitanti, ma vegliano amorevolmente sulla conservazione del borgo e della sua identità storico-culturale. Infatti, tra il muraglione del Castello e l'oscura Portiola - un antro sorretto da volte in pietra a vista che metteva in comunicazione la strada maestra con la ripida discesa in fondo alla quale stava, vicino al fiume, l'abbeveratoio dei cavalli pronti ad essere cavalcati in caso di fuga precipitosa - si trova il palazzo detto la Fortezza. Il massiccio edificio con esterni in pietra a vista, documentato già nel 1209 e a più riprese rimaneggiato, dal 1981 è sede dell'Aldilà, un ristorante di richiamo internazionale, dove la marchesa Gemma Del Carretto conduce i suoi ospiti in affascinanti saloni d'atmosfera illuminista con arredamento "giuseppino" e "teresino", quindi settecentesco. E la storia nobiliare della famiglia è qui ingrediente irrinunciabile. Tralasciando il borgo, di moderno insediamento, formatosi a partire dal 1870 intorno alle costruzioni ferroviarie della linea Acqui-Savona, si può cercare, a nord del ponte sul Bormida, il vecchio Molino di Mombaldone (XVI-XVII sec.). L'antica costruzione ha nei secoli assicurato la sopravvivenza alla comunità locale, ma è ormai priva delle originarie attrezzature.
Piaceri e Sapori
Il prodotto del borgo
Capre, caprette, montoni, non è raro incontrarli a Mombaldone.
Guidati al pascolo da un cane e da un anziano contadino, si arrampicano sui calanchi più aridi e brucano arbusti, erbe e piante aromatiche che conferiscono al latte un sapore del tutto particolare.
Le aziende più importanti selezionano montoni da riproduzione per garantire la sanità della razza e il mantenimento delle qualità tradizionali.
Il piatto del borgo
Il menù di Mombaldone comincia con un antipasto misto, prosegue con un primo di pasta fatta in casa, mentre per i secondi la scelta è tra il capretto o il montone arrosto, la trippa o il bollito misto in salsa verde, o ancora una delicata robiola Dop di Roccaverano accompagnata da marmellata o miele.

mercoledì 9 gennaio 2008

Bard: sotto un tetto di lose

Bard-Valle d'Aosta-Provincia di Aosta
Il nome
Il toponimo dovrebbe derivare dal celtico "bar"che designa una "rocca" o "un luogo fortificato", e non dal vocabolo francese "bar" indicante il "barbo" ovvero un pesce d'acqua dolce che si ritrova sullo stemma dei signori del luogo e che per questo motivo ha tratto in inganno gli studiosi.
La storia
Lungo il sentiero lastricato, che conduce da Bard a Donnas, si notano ancora le rocce levigate e i muri di sostegno dell'antica Via delle Gallie, risalenti al periodo compreso fra il 31-25 a.C. Nel XI secolo, Ottone di Bard costruisce un castello sul promontorio sfruttandone l'ottima posizione per imporre un pedaggio ai viandanti e alle merci. Il primo documento che rivela la presenza di un castello sullo sperone roccioso, di appartenenza dei signori di Bard, risale all'anno 1034. Nel 1150 circa, lungo la strada di collegamento tra Bard e Donnas, viene fondato l'Ospizio Saint Jean de la Pierre dai Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, che per statuto avevano l'obbligo di fornire assistenza ai pellegrini e ai mercanti che percorrevano la via consolare. Nel 1242, la rocca fu espugnata da Amedeo IV di Savoia che trasformò l'originario castello in fortezza. Nel 1661, il duca Carlo Emanuele II fece smantellare le piazzeforti di Verrès e Montjovet e trasferire tutta l'artiglieria a Bard, che da questo momento diventò il presidio dei Savoia in Valle d'Aosta. Nel 1800, all'alba del 14 maggio, 40 mila uomini dell'Armée de réserve di Napoleone varcarono le Alpi attraverso il Gran San Bernardo per sorprendere l'esercito austro-piemontese che occupava la pianura padana. Le truppe napoleoniche arrivarono speditamente sino a Bard, dove furono bloccate dalla guarnigione austriaca a presidio della fortezza. Il borgo cadde nelle mani dei francesi il 21 maggio, sorpreso da un attacco notturno. Ma il comandante del forte, il capitano von Bernkopf, non si diede per vinto, finché, dopo un'intera giornata di bombardamenti, fu costretto alla resa. Irritato dall'inattesa resistenza, Napoleone fece radere al suolo la fortezza. Fra il 1830-38, Carlo Felice fece ricostruire il forte, sempre in funzione anti-francese. Il progetto, dell'ingegnere militare Francesco Antonio Olivero, prevedeva che potesse resistere anche a tre mesi d'assedio, con magazzini adatti a contenere le provviste, 50 bocche di fuoco e una guarnigione di 416 uomini (il doppio con sistemazione paglia a terra). Nel 1975, il Forte non era più di alcuna utilità per il demanio militare, che lo cedette alla Regione Valle d'Aosta.
Da vedere
Il "vilain castel de Bard" che indispettì Napoleone
Fa impressione vedere in una stampa del 1829 la rocca di Bard nuda, dopo la distruzione della fortezza ad opera di Napoleone. Perché questo luogo - per la sua posizione strategica in cima a uno sperone roccioso che domina una gola attraversata da un fiume e da un'unica via transitabile - esiste per essere fortificato. E fu così che una trentina d'anni dopo il passaggio del Bonaparte, Carlo Felice di Savoia, timoroso di una nuova aggressione francese, ne promosse la ricostruzione.
L'imponente Forte che domina la valle fu terminato nel 1838, dopo otto anni di lavori, e si presenta a noi con i suoi tre corpi di fabbrica disposti su diversi livelli: l'Opera Ferdinando in basso, l'Opera Vittorio nella zona mediana e l'Opera Carlo Alberto in alto. La nuova piazzaforte è considerata un capolavoro dell'architettura militare. Compatta e massiccia, composta da caserme, camminamenti coperti, imponenti mura e feritoie che occupano interamente i fianchi dello sperone roccioso, era dotata di 283 locali ed è arrivata ad ospitare fino a mille persone. Alla fine dell'800 la fortezza si avviò al declino, utilizzata prima come bagno penale e poi come deposito di munizioni.
Il suggestivo borgo medievale, con i suoi tetti coperti di "lose", le lastre d'ardesia locale, si snoda ai piedi del forte lungo l'antica via consolare romana, di cui restano diverse tracce: un tratto di strada, archi, muri, il ponte sul torrente.
Nel borgo sono conservate 25 case dichiarate monumenti storici, fra le quali la Casa Nicole (n° civico 41-45) risalente al XV secolo. L'edificio, costruito in parte su una delle porte d'ingresso al borgo, appartenne ai nobili De Jordanis e nel 1744 divenne la residenza dei nobili Nicole, ultimi conti di Bard. Sull'intonaco esterno sono ancora visibili i segni dei proiettili sparati, nel maggio 1800, dai difensori del Forte contro l'esercito napoleonico.
Casa Challant (n° civico 46), costruita nel XV secolo e residenza del conte Filiberto di Challant, si trova vicino a una caratteristica arcata ed esibisce sulla facciata belle finestre in pietra lavorata e resti di antichi affreschi.
Interessante è anche Casa Valperga (n° civico 22) riconoscibile dalla bifora al centro della facciata e dalle due finestre a crociera. All'interno di molte abitazioni si vedono ancora scale in pietra, torchi, architravi, porte foggiate secondo i modelli medievali.
L'esterno della chiesa parrocchiale non è di grande interesse, a differenza del campanile che risale al XIV secolo ed ha forma di torre quadrata con tre ordini di finestre. L'antica fontana al centro del borgo, realizzata nel 1598, è affiancata da una colonna in pietra alta 170 cm sormontata da una testa umana, di cui sfuggono le origini e il significato.
Arricchiscono questo piccolo comune due particolarità naturali come le marmitte dei giganti (cavità circolari incise nella roccia del letto fluviale) e i massi erratici (dovuti al movimento dei ghiacciai quaternari), entrambe visibili presso l'attuale cimitero.
Altre testimonianze dell'azione dell'uomo nel corso dei secoli sono le incisioni rupestri dell'età neolitica sulle rocce levigate ai piedi del Forte e i ruderi dell'Ospizio di Saint Jean de la Pierre (XII-XIII sec.) lungo la strada per Donnas.
Piaceri e sapori
Il prodotto del borgo
È difficile crederci, ma basta una stretta lingua di terreno semipianeggiante lungo la Dora e alcuni terrazzamenti sul ciglio della strada romana per dar vita, grazie alla tenacia di pochi coltivatori, a un prelibato cru dal nome suggestivo: il vino dei rocchi di Bard, è un rosso dal colore brillante tendente al granata, dal profumo mandorlato, di vitigno Nebbiolo che può raggiungere i 12 gradi, giustamente famoso già nell'antichità.
Il piatto del borgo
Le ricette tradizionali che costituiscono il piatto tipico di feste e ricorrenze sono due: "le fiuor di cousse", ossia i fiori di zucca ripieni e cotti al forno, e "le paste ad melia", ossia le paste di meliga, fatte con la farina di mais, la cui coltura nella valle fu introdotta, secondo la tradizione, dal conte Nicole intorno alla metà del XVIII secolo.
A Natale, dopo la messa di mezzanotte, ci si rifocilla con una tazza di brodo bollente, le "bœuf de Noël".

martedì 8 gennaio 2008

Antagnod: un giro di Walser davanti al Monte Rosa

Antagnod-Valle d'Aosta-Provincia di Aosta
Il nome
Oscuro rimane il toponimo Ayas, che alcuni riferiscono al latino "area"o "spazio", altri alla forma tedesca "eye" ovvero "pianoro", ed altri ancora alla radice celtica "as" ovvero "luogo appartato e solitario". Lignod e Antagnod derivano il loro nome dal latino "lignum" ovvero legno, con allusione ai boschi della zona prima del disboscamento. Antagnod, significa "ante lignum" ovvero prima del bosco.
La storia
Nel 1176 si ha la prima testimonianza storica su Ayas; questa è rappresentata da una bolla del Papa Alessandro III che enumera le parrocchie dipendenti dal vescovo di Aosta. Fra il XIII-XVI secolo, come tutta la valle di Challand a monte di Verrès, Ayas è infeudata ai nobili Challant. Nel 1418 Ayas riceve dai suoi signori le prime franchigie, segno di una situazione poco favorevole. Nel 1435 gli Challant concedono il permesso di vendere liberamente i prodotti agricoli e dell'allevamento e l'esenzione dai pedaggi, estesa nel 1443 anche ai pastori "lombardi" che frequentano gli alpeggi di Ayas. Nel corso del secolo XV, appaiono nuovi villaggi, opera in gran parte di coloni di origine tedesca, i Walser, venuti dal Vallese (più o meno la Svizzera di oggi) attraverso il colle di Saint-Théodule. Per tutto il medioevo e fino agli inizi del '600, prima dell'interruzione delle comunicazioni dovuta all'espansione dei ghiacci, alla peste e alla riforma protestante, passa da qui la "via del vino", detta anche Krämertthal, valle dei mercanti, perché vi transitavano le mercanzie da e per la Svizzera. Fra il XVIII-XIX secolo, Ayas conta più di 1700 abitanti ed è la zona di alta montagna più popolata del Ducato di Aosta. A fine '700 il Canton des Allemands ospita circa 380 Walser.
Da vedere
Tanti piccoli villaggi con i caratteristici "rascard"
Circondata dalle cime del Monte Rosa che superano i 4000 m, e lambita da imponenti ghiacciai, l'alta valle d'Ayas ha la forma di un largo anfiteatro aperto verso sud, che va a chiudersi a nord in uno stretto e boscoso vallone, sopra il paese di Champoluc. L'orientamento nord-sud della valle, percorsa dal torrente Evançon, fa sì che Ayas abbia la posizione più soleggiata di tutta la regione. Nella conca di Ayas sono distribuiti ben 35 villaggi, pittoreschi e antichissimi, dalle case addossate le une alle altre e costruite nel tipico stile walser, ossia con la base in muratura e la parte superiore in tronchi che poggia su colonnine a fungo (parte in legno e parte in pietra), mentre il tetto è ricoperto di lastre d'ardesia: i cosiddetti rascard.
A parte Champoluc, che è diventata una notissima stazione sciistica, Saint-Jacques, nel cuore del Canton des Allemands, e Lignod, l'unico vero centro è Antagnod, sede del comune e della parrocchia da quasi mille anni. L'antico nucleo, per il quale è programmato un intervento di recupero (le strutture ricettive e i vicini impianti di risalita ne disperdono un po' il valore storico), gode - come Champoluc - di una vista strepitosa sul Monte Rosa. Oltre che per i numerosi rascard, i tetti con le lastre di pietra, la casa del castellano con la torre scalare, dove risiedeva il rappresentante dei signori di Challant, Antagnod si fa ammirare per la chiesa millenaria, ricostruita una prima volta sul finire del XV secolo e radicalmente trasformata nel XIX. La parrocchiale conserva all'interno un grandioso altare maggiore barocco che da solo vale il viaggio sin qui. Si tratta di una delle più importanti opere d'arte della Valle d'Aosta, realizzata da artisti valsesiani tra il 1708 e il 1713, in legno intagliato, dipinto e dorato. Nella chiesa si conservano altri due altari di legno risalenti al '600, un reliquiario a cassetta in argento del 1471, una croce astile in argento sbalzato della fine del secolo XV e alcune tavole dipinte intorno al 1500. A Magnéaz (1700 m) si trovano alcune case e rascard che portano sugli architravi date che vanno dal 1500 al 1700. La chiesetta attuale consiste in un presbiterio del '400 con un'aggiunta del '700, stessa epoca degli altari scolpiti in legno. Un altro splendido villaggio walser che sorge a 1893 m è Frantse, dove fino al 1960 esisteva la scuola elementare; ora si sta trasformando in centro turistico grazie al vicino comprensorio sciistico del Crest. Qui vi sono alcuni tra i più bei rascard della valle, con date intorno al 1700, sempre accostate al monogramma di Cristo. A Champlan (1620 m), poco sopra la moderna Champoluc (che pure ha un vecchio borgo interessante, ignorato dai turisti) si notano alcuni rascard di epoca compresa tra 1500 e 1700. A Magnéchoulaz e a Pilaz sono più frequenti le costruzioni miste in pietra e legno, con finestre a goccia e date sulle travi che risalgono fino al 1589. Lasciato il grappolo di case di Frachey (1614 m) in 15 minuti si sale a Saint-Jacques (m 1689), piccola "capitale" dei Walser d'Ayas, da cui partono le mulattiere per raggiungere alcuni rifugi. Attorno alla chiesetta e alla rettoria si raccolgono le case del vecchio borgo. Uno dei rascard più belli della valle si trova poco oltre, in località Blanchard.
Piaceri e sapori
Il prodotto del borgo
È la fontina d'alpeggio, prodotta con latte che deriva da bestiame allevato sui pascoli d'alta quota, dove il foraggio ha particolari caratteristiche qualitative.
Il piatto del borgo
La fontina, protagonista della cucina della valle, abbinata a latte, burro e tuorli d'uovo è alla base della fondue.